Quando d'improvviso a primavera tutto ingiallisce -parte terza-

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PRIMAVERA SILENZIOSA / 3
Ovvero come la Provincia di Ancona sparge insensatamente veleni e morte lungo le strade

CI SONO SOLUZIONI ALTERNATIVE?

Le contraddizioni non finiscono qui, il diserbo dei margini stradali non ha alcuna giustificazione neppure dal punto di vista strettamente tecnico.
Innanzi tutto è bene precisare che la migliore forma di gestione dei bordi stradali è quella dello sfalcio, che garantisce la maturazione, la funzionalità e il miglior aspetto estetico dei margini stradali.
In alcuni casi, a causa della particolare frequenza di ostacoli, come in corrispondenza dei guardrail, risulta difficile intervenire con i più comuni mezzi meccanici di sfalcio, ma esistono numerose, efficaci e valide alternative verdi.

Anche dal punto di vista strettamente tecnico ci sono alternative naturali anche nelle situazioni più artificiose, come sotto i guard-rail; qui infatti si insediano frequentemente comunità di piccole graminacee (Poa annua, Bromus hordeaceus, Vulpia membranacea), mentre in altre condizioni caratterizzate da maggiore povertà di suolo si sviluppano spontaneamente tappeti di crassulaceae (Sedum album e S. rupestre), che svolgono il ruolo di protezione del terreno senza creare alcun problema di sviluppo in altezza e senza alcuna necessità di sfalcio.

Una situazione di confronto pratico che molti di noi possono verificare è lungo l’arteria che collega la Superstrada Vallesina (S.S. 76) con Cingoli. Si tratta di una strada per metà in Provincia di Ancona e per l’altra metà in Provincia di Macerata; chi la percorre quotidianamente per lavoro o chi occasionalmente la utilizza potrà rendersi conto del diverso aspetto e degli effetti vistosamente negativi dovuti al trattamento chimico cui è stata fatta oggetto la parte anconetana, a confronto con la rigogliosa copertura vegetale e le abbondanti fioriture che in questo periodo di primavera si susseguono e si alternano lungo il tratto più vicino a Cingoli.
Margini stradali nei pressi del Conero con protezioni metalliche: sopra dopo il diserbo e sotto con le fioriture di calendula (Calendula suffruticosa), caratteristica dei margini stradali dell’area mediterranea e per le Marche esclusiva della fascia costiera a Sud del Conero (aprile 2010).
Perché combattere con tanto accanimento la vegetazione spontanea, che svolge molteplici funzioni e tanto importanti quanto gratuite, e contrastare una tendenza naturale a noi favorevole?


MA ALLORA, CHI CI GUADAGNA?
Probabilmente la Monsanto, attraverso il suo importatore italiano (GEI, Gestione Erbe Infestanti srl), ha investito molto negli ultimi anni per sostenere la sua campagna a favore dell'uso del diserbo, non solo nei campi coltivati, ma anche nelle aree urbane e lungo le strade (ben sapendo che, una volta iniziato il trattamento, si è costretti a continuare sistematicamente l’irrorazione per evitare l'esplosione delle piante più aggressive, come l’avena, che si troverebbero un ampio territorio di conquista non più presidiato dalla vegetazione spontanea).
Sarebbe interessante conoscere il significato di questo grafico (realizzato dalla Società GEI), molto inquietante per gli accostamenti tra sostanze alimentari e il diserbante (Rodeo Gold) prodotto dalla Monsanto, illustrazione utilizzata in una delle presentazioni che sono state alla base anche del “progetto” della Provincia di Ancona.
Altra inquietante supposizione è che tanti interventi, che appaiono a prima vista irrazionali o frutto di superficialità e distrazione, non siano altro che azioni programmate ad alimentare e mantenere attive tante piccole situazioni di fragilità, che possano prima o poi trasformarsi in dissesti apparentemente di origine naturale, in modo da attivare ciclicamente procedure di urgenza ambientale e drenare in questo modo finanziamenti che altrimenti non sarebbero disponibili.


COSA FANNO ALTRE REGIONI?
Altre amministrazioni hanno fatto scelte molto più sagge e diametralmente opposte.
Ad esempio la regione Toscana ha varato, in data 1 luglio 1999, una Legge Regionale (la n. 36) dal titolo Disciplina per l’impiego dei diserbanti e geodisinfestanti nei settori non agricoli e procedure per l’impiego dei diserbanti e geodisinfestanti in agricoltura.

All’articolo 6 essa prevede che i prodotti impiegati devono avere caratteristiche di minima persistenza ambientale accertata con la registrazione del prodotto e non devono riportate in etichetta indicazioni di tossicità per la fauna terrestre e acquatica, nonché per la microflora e la microfauna (esclude pertanto automaticamente l’uso del glyphosate). La stessa Legge 36 prevede inoltre che: chiunque per sé o per conto terzi, impiega prodotti fitosanitari contenenti sostanze ad azione diserbante e geodisinfestante, destinati all’utilizzo per scopi non agricoli deve richiedere ed ottenere il nulla-osta di carattere sanitario del Dipartimento di Prevenzione dell’Azienda USL competente per territorio …l’area trattata deve essere delimitata e segnalata da parte dell’operatore addetto al trattamento con cartelli di pericolo e di divieto di accesso alle persone non autorizzate sia durante il trattamento che per tutto l’intervallo di agibilità, stabilito in almeno 48 ore …le aree interessate dai trattamenti devono trovarsi a non meno di 10 metri dalle abitazioni e dai ricoveri degli animali … le aree interessate dai trattamenti devono altresì trovarsi a non meno di 10 metri dalle strade di pubblico passaggio.

Anche la Provincia di Olbia, già nel 2008, ha varato un regolamento che vieta tassativamente l’uso di diserbanti al di fuori delle aree coltivate ed inoltre nelle norme approvate da numerosi comuni italiani all’interno dei Regolamenti di Polizia rurale e in quelli relativi al Verde pubblico e privato non mancano indicazioni specifiche che vietano l’uso della pratica del diserbo nei margini stradali e al di fuori delle aree coltivate.


CHE FARE?
Una manifestazione di protesta per chiedere una legge che divieti il diserbo al di fuori delle aree coltivate in tutto il territorio regionale.
La proposta che faccio è quella di programmare, attraverso il Coordinamento per la tutela del Paesaggio delle Marche e la partecipazione di tutte le Associazioni, le Organizzazioni e i Comitati che vorranno aderire, entro breve tempo una conferenza-manifestazione che affronti i principali nodi del tema, alla quale invitare il Presidente del Consiglio regionale, con l’impegno a varare una legge che disciplini questa materia e sancisca il divieto del diserbo sistematico, anche per le arterie stradali gestite dall’ANAS e dalla Società Autostrade (da quest’anno trattate estesamente con questa pratica inutile, dannosa e antiestetica), oltre che un impegno concreto a sostenere politiche attive che incoraggino un uso virtuoso delle risorse ambientali ed evitino ulteriori ed inutili danni all’ambiente e al paesaggio delle Marche (così come promesso nei programmi elettorali dai rappresentanti di ogni parte politica).

Una raccolta di dati per una documentazione più capillare ed esaustiva.
Chiedo a quanti sono interessati di farmi avere (f.taffetani@univpm.it) una breve documentazione fotografica (con indicazione della data e della località), dei danni provocati dall’uso indiscriminato del diserbo, anche da parte di agricoltori e di privati cittadini, nei territori di propria conoscenza. Ne potremo allestire una mostra durante la conferenza-manifestazione e costituiremo un dossier a sostegno della nostra protesta e della richiesta di interruzione immediata di questa barbarie.

Una lettera di protesta ai responsabili della Regione Marche e della Provincia di Ancona.
Prego inoltre quanti condividono le considerazioni e le preoccupazioni sopra riportate ad inviare al Presidente del Consiglio della Regione Marche (Raffaele Bucciarelli, presidente@consiglio.marche.it) e al Presidente del Consiglio Provinciale di Ancona (Patrizia Casagrande Esposto, p.casagrande@provincia.ancona.it) una mail di protesta per questo inqualificabile progetto della Provincia di Ancona (anche da parte di quanti, provenendo da altre provincie e regioni, sono stati domenica 18 aprile nel capoluogo dorico per la manifestazione “Le Piazze Bio” dove si sono incontrati cittadini che credono nella qualità e nel beneficio di un ambiente più sano e agricoltori che hanno investito su di una agricoltura senza chimica, mentre degli stessi veleni ne abusa chi non proprio ne ha bisogno e dovrebbe garantire una corretta gestione del territorio e il rispetto delle norme per un ambiente più sano e sicuro).


IN CONCLUSIONE
Siamo ormai consapevoli che l’ambiente è una risorsa unica e limitata, perché questa coscienza possa dare frutti dobbiamo cambiare abitudini, modi di pensare e c’è molto lavoro per ciascuno di noi! Sia dal punto di vista pratico, che sul piano informativo, ma anche nella formazione dei tecnici e degli amministratori che operano nel settore ambientale ed infine sul ruolo dei mass media e di noi cittadini.
Allego una motivata petizione di Piero Bevilacqua per l’abbandono della pratica del diserbo, inutile e pericolosa fuori delle aree coltivate, ma altrettanto dannosa nelle campagne dove viene peraltro attuata, sempre più spesso, in modo indiscriminato.
Per concludere: una frase che sintetizza una concezione per un futuro della vita nel nostro pianeta (Fritjof Capra, La rete della vita, Rizzoli, 1997):

La sopravvivenza dell’umanità dipenderà dal nostro grado di competenza ecologica, dalla nostra capacità di comprendere i principi dell’ecologia e di vivere in conformità con essi.

Affinchè una situazione come questa divenga per tutti occasione per una vera passeggiata salutare e non un rischio inutile per la nostra vita, per la qualità dell’ambiente e per il patrimonio che lasceremo alle prossime generazioni.


Prof. Fabio Taffetani
Ordinario di Botanica sistematica
Dipartimento di Scienze Ambientali e delle Produzioni Vegetali
Via Brecce bianche
Università Politecnica delle Marche
60131 ANCONA (ITALY)

tel. +039.071.2204642
fax +039.071.2204953
e-mail f.taffetani@univpm.it
web www.museobotanico.univpm.it
pag. pers. www.univpm.it/fabio.taffetani
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Posted by muscosa | alle mercoledì, maggio 12, 2010 | 0 commenti

Quando d'improvviso a primavera tutto ingiallisce -parte seconda-

segue
PRIMAVERA SILENZIOSA / 2
Ovvero come la Provincia di Ancona sparge insensatamente veleni e morte lungo le strade

"CRESCITA” CONSUMISTICA O IN ARMONIA CON LA NATURA?
La conservazione della biodiversità è una sfida che si combatte non solo in lontane foreste equatoriali, ma anche nel territorio che ci circonda e nel quale viviamo. Il “Countdown 2010” dell’Unione Europea, è giunto alla scadenza ma, nei fatti, siamo ben lontani dalla fase auspicata di rallentamento del processo di deriva genetica e neppure della perdita di biodiversità e di naturalità su ampi territori. Né si intravedono prospettive ottimistiche, soprattutto per come viene concepita la crescita economica, ancora ampiamente svincolata e troppo spesso in stridente contraddizione con la sua presunta sostenibilità. Tutto viene monetizzato, anche la vita umana e la sua qualità, ma non siamo ancora riusciti a misurare e a rendere neppure lontanamente operativo il valore economico, sociale e culturale delle risorse naturali (acqua, aria, suolo, piante, animali, habitat, paesaggio, ecc.).
Oggi la crisi economica mondiale ha messo in discussione molte certezze, ma le prime risposte, escluse quelle provenienti da oltre oceano (quelle degli USA e comunque da verificare nei fatti), fanno presagire che si tenti di cambiare forma, non la sostanza.
Tra questi obiettivi, la tutela delle specie vegetali e degli habitat minacciati e l’arresto della perdita di biodiversità costituiscono sicuramente delle priorità e non solo per le ricadute negative più o meno dirette (come il degrado del paesaggio), ma anche per le stesse prospettive economiche (basti pensare quante nuove professioni e possibilità di vero sviluppo vengono perse nei settori naturalistico, turistico, culturale e ambientale). Nel nostro territorio italiano, così fortunato anche nella dotazione ambientale, la crisi di molti habitat naturali e la frammentazione delle popolazioni delle specie selvatiche (dovuti all’urbanizzazione selvaggia e all’eccessiva pressione nelle aree agricole produttive, ma anche all’abbandono delle zone montane e marginali) hanno condotto alla scomparsa locale e anche all’estinzione numerose specie vegetali, un tempo comuni (basti ricordare, per le aree agricole, non solo il fiordaliso o il tulipano dei campi, ma anche il più banale papavero) e di grande importanza biologica, insieme a un imprecisato numero di specie animali, delle quali (come accade per molti insetti) spesso non ne supponiamo neppure l’esistenza.


IL MONDO E’ CAMBIATO, LA POLITICA NO!
L’interesse verso le piante, grazie anche alla riscoperta ed al recupero di usi e tradizioni popolari, è negli ultimi anni costantemente cresciuto nell’opinione pubblica, ma a questo fenomeno non è corrisposto un aumento dell’attenzione, se non di tipo epidermico, da parte della politica e di molti settori applicativi e tecnici della società, compresi gli operatori dell’informazione.
In una situazione come quella attuale caratterizzata da una lenta ma progressiva presa di coscienza della necessità di rivedere profondamente il concetto di “progresso economico” e di “qualità della vita”, dell’importanza di conservare la biodiversità (Direttiva Habitat e Countdown 2010, solo per ricordare gli impegni da parte dell’Unione Europea), la necessità dal punto di vista scientifico e tecnico di affrontare i problemi in modo complessivo, in modo da superare la visione settoriale (che porta spesso a scelte profondamente sbagliate) e che permettano di tenere conto della complessità dei sistemi ambientali, il tentativo di superare la difficoltà di dialogo tra politici, ricercatori, responsabili di settore delle amministrazioni pubbliche e i diversi tecnici che si occupano di problematiche ambientali (fiumi e bacini idrici, strade, turismo, agricoltura, protezione civile, ecc.), risulta veramente incomprensibile e anacronistica la scelta delle Provincia di Ancona di puntare su un progetto in aperta contraddizione con tutti gli obiettivi generali di sostenibilità ambientale e di corretta gestione del territorio.
Ci sono sempre più agricoltori che utilizzano erbicidi in modo irresponsabile anche al di fuori delle aree coltivate, ma anche semplici cittadini che irrorano le fasce erbose con diserbanti per evitare lo sviluppo della vegetazione spontanea senza valutare minimamente gli effetti negativi sulla perdita di biodiversità, di maturità, di stabilità e di funzionalità, oltre che sulla stabilità del terreno. La pratica del diserbo, erroneamente considerata una alternativa allo sfalcio, viene ora proposta dall’Amministrazione Provinciale di Ancona per il “decoro” delle strade pubbliche e con la inconsistente scusa di combattere le allergie da polline (ben sapendo che, una volta effettuato il primo trattamento, si sarà costretti a continuare anche negli anni successivi per evitare la proliferazione delle erbe più aggressive, libere di espandersi in seguito alla scomparsa della vegetazione che presidiava il terreno).
Margini stradali (tutt’altro che decorosi) presso la Selva di Castelfidardo (sopra, marzo 2009) e esempio di strada con fioritura di ranuncoli, semplicemente trattata con lo sfalcio, all’interno del Parco del Conero (sotto, marzo 2009).
Situazioni così manifestamente assurde si verificano a causa dell’assurdo e irrazionale modo di intervenire nelle complesse problematiche ambientali senza una adeguata preparazione, con criteri angusti e obiettivi estremamente limitati, oltre che in un contesto culturale dove la condizione naturale è quella che appare come disordinata e meno attraente, mentre quella artificiale viene considerata, anche dal grande pubblico e dagli organi di informazione, come ordinata e rassicurante.


GLI HABITAT
I margini stradali vengono trattati come si trattasse di situazioni uniformi e ripetitive. In realtà le strade, soprattutto quelle di interesse provinciale e locale, attraversano ambienti assai diversi e toccano numerosi habitat, spesso di grande interesse, anche per il semplice fatto che in tutta la fascia collinare, dominata dall’agricoltura industriale e dagli insediamenti urbanizzati, gran parte della biodiversità è ormai rimasta concentrata lungo la viabilità e lungo i fiumi.
Due esempi dei numerosi e assai diversi habitat che possono essere attraversati dalle strade pubbliche: sopra parete calcarea con fioritura di ombrellini pugliesi (Tordylium apulum) sulla provinciale del Conero (aprile 2010); sotto ambienti umidi con popolamenti di farfaraccio (Petasites hybridus) sul fondovalle del Boranico (affluente dell’Aspio) lungo la strada che da Camerano scende all’acquedotto e poi risale verso il Conero, (aprile 2010).

SFALCIO E DISERBO NON SONO PRATICHE ALTERNATIVE
Non esiste una alternativa sfalcio-diserbo in quanto si tratta di due modalità di intervento che hanno finalità, procedure e risultati completamente diversi e che vanno utilizzate in situazioni e con obiettivi profondamente diversi.
Lo sfalcio permette di controllare la rigogliosità della copertura erbosa dei prati (sia quelli del verde urbano, che quelli delle praterie secondarie della fascia collinare e montana), delle aree non coltivate, delle aie e dei margini erbosi stradali favorendo le piante perenni (prevalentemente emicriptofite) e che tendono a coprire uniformemente il terreno e a maturare arricchendosi di altre specie e mantenendo stabilmente la copertura (e la protezione) del terreno. Rappresentano cioè la migliore protezione del terreno sia dall’erosione che dall’ingresso delle erbe annuali e aggressive. Le cenosi che si sono adeguate alle condizioni locali e strutturate compenetrandosi, anche negli apparati radicali, dopo decine di anni di gestione attraverso lo sfalcio, nelle fasi di maturità raggiungono una omeostasi che permette loro di mantenere uno stadio di stabilità che può tollerare lunghi intervalli di tempo (anche di qualche anno) tra un intervento di taglio e quello successivo.
Il diserbo, pratica che è nata e dovrebbe rimanere limitata agli stretti terreni coltivati, serve a eliminare la competizione delle specie spontanee con le piante coltivate, e determina, quando viene utilizzata in modo improprio e su grandi superfici della componente erbacea delle scarpate stradali, un immediato azzeramento della maturità raggiunta e della complessità delle cenosi vegetali gradualmente maturate, selezionate ed adattate dopo diverse decine di anni (dai 30 ai 50) di pratiche gestionali corrette.
Sopra margini stradali (tutt’altro che decorosi) presso Camerano (maprile 2010) dove sono già stati effettuati sia il deiserbo che lo sfalcio; sotto a confronto un esempio di strada con fioritura di radicchi ella (Hyoseris radiata), lungo la provinciale all’interno del Parco del Conero (aprile 2010), a rischio diserbo, ma che oltre ad essere particolarmente gradevole ha “il difetto” di ridurre naturalmente lo sviluppo vegetativo della comunità vegetale!

NESSUN VANTAGGIO
E’ bene chiarire che il diserbo dei bordi stradali, rispetto al tradizionale intervento di sfalcio, non presenta nessun vantaggio:
- l’aspetto dei bordi trattati è oltremodo sgradevole dal punto di vista estetico (FOTO);
- non limita in alcun modo il numero degli interventi in quanto non elimina la necessità delle operazioni di sfalcio;

Effetti degli interventi di diserbo: sopra lungo la strada Pianello di Jesi – Poggio San Marcello, una delle prime ad avere avuto il privilegio di essere inserita tra quelle prescelte per le prove (marzo 2009); sotto lungo la strada che da località Crocette di Castelfidardo scende verso la Statale Adriatica passando sotto la Selva (marzo 2009).


DANNI DA DISERBO
In compenso il trattamento con fitofarmaci determina numerosi danni diretti e crea le condizioni per effetti negativi anche gravi e a volte non recuperabili:

- non permette alla vegetazione seminaturale di svolgere il ruolo di difesa del terreno ed espone le scarpate stradali all’erosione e agli smottamenti, che nella nostra regione, data l’abbondanza della componente argillosa dei terreni è particolarmente diffuso e grave (FOTO);
Sopra: smottamento di una scarpata stradale risultato immediato dell’intervento di diserbo. Si noti come la frana abbia interessato esclusivamente il tratto di scarpata dove era stato realizzato il diserbo (marzo 2010); sotto: disastrato tratto della strada Provinciale dell’Aspio, presso Polverigi, ormai da anni in frana continua ed inarrestabile (esempio illuminante di tutto ciò che non si dovrebbe fare per evitare un dissesto, che può essere stato determinato solo da completa ignoranza o da cinico calcolo).

- arreca danni gravi alla vegetazione, che perde istantaneamente diversi decenni di maturazione accumulati con il tempo, e provoca la scomparsa locale di numerose specie e l’impossibilità, in alcuni casi del ritorno allo stato precedente, neppure dopo l’abbandono della pratica (dopo due o tre interventi in anni successivi si annulla anche la carica dei semi del terreno);
- arreca danni diretti ed indiretti anche alla fauna minore, basti pensare agli effetti sulle popolazioni di carabidi che hanno uno stretto rapporto col terreno e con la qualità della copertura erbacea;
- rende obbligatorio l’intervento anche negli anni successivi, in quanto le fasce denudate se non più trattate vengono invase da poche specie annuali particolarmente vigorose ed aggressive;
- si acquistano attrezzature e prodotti chimici inutili, oltre che dannosi, mentre non si investe nel miglioramento delle conoscenze, della preparazione dei tecnici, oltre che nell’adeguamento dei mezzi e delle tecniche di manutenzione delle scarpate.
- si determina una perdita di maturità degli ecosistemi marginali, con conseguente riduzione della complessità e della funzionalità sia dal punto di vista vegetale che animale; tenendo conto peraltro che in molte aree collinari le strade costituiscono gli ultimi centri di conservazione della biodiversità.
Un esempio chiarificatore: se la Provincia di Pesaro-Urbino dovesse adottare questo assurdo progetto ci sarebbe la concreta possibilità di decretare la scomparsa definitiva di una specie, una delle poche endemiche della nostra regione, la Polygala pisaurensis, che vegeta unicamente proprio sulle scarpate stradali della fascia subcostiera tra Pesaro e Fano.

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Posted by muscosa | alle martedì, maggio 04, 2010 | 0 commenti

Quando d'improvviso a primavera tutto ingiallisce -parte prima-

La vita frenetica che si conduce spesso, troppo spesso, ci rende non più capaci di osservare.....fino a quando un sentito appello, quello del Prof. Fabio Taffetani Ordinario di Botanica sistematica all'Università Politecnica delle Marche, non ci risveglia da una sonnolente ed egoistica indifferenza e ci rende partecipi e coscienti di una realtà non più accettabile, non più sostenibile.
Ci vogliono convincere della indispensabilità ed assoluta validità di certi interventi; ma la tutela dell'ambiente? E la tutela della salute pubblica? E la conservazione della biodiversità? L'Italia non si è assunta l'ambizioso impegno di arrestare la perdita di biodiversità entro il 2010? Tante sono le domande che la lettura del documento solleva.
Il dossier del Prof. F. Taffetani se riferito ad una specifica provincia italiana, quella anconetana, denuncia un comportamento e un modo di pensare dilagante anche in altre aree del territorio italiano, magari proprio vicino alle nostre abitazioni...
Muscosa

PRIMAVERA SILENZIOSA / 1
Ovvero come la Provincia di Ancona sparge insensatamente veleni e morte lungo le strade

Appello di Fabio Taffetani
(Botanico dell’Università Politecnica delle Marche, Ancona)

UNA PRATICA ASSURDA
Sono profondamente indignato, e così tutte le persone con le quali ho avuto occasione di parlarne, per l’arroganza, la superficialità e l’ignoranza dimostrate dalla Provincia di Ancona nel perseguire l’insensato progetto di trattare sistematicamente i bordi stradali con diserbante.
Sembra proprio che, 50 anni dopo la pubblicazione di Primavera silenziosa, la maledizione della pazzia autodistruttiva che Rachel Carson presagiva, già all’inizio degli anni sessanta, osservando i primi effetti dell’abuso irrazionale della chimica nelle campagne americane (Silent Spring, 1962), stia giungendo alle sue fasi più preoccupanti anche nella nostra regione, un territorio che dovrebbe avere cultura, tradizioni, prodotti della terra, paesaggio e ambiente tra le risorse più preziose e condivise.
Ci sono sempre più agricoltori che utilizzano il diserbo anche al di fuori delle aree coltivate, ma anche semplici cittadini che irrorano le fasce erbose sotto casa con erbicidi per evitare lo sviluppo delle erbe infestanti. La pratica del diserbo nata per il controllo delle commensali in agricoltura, erroneamente considerata come alternativa allo sfalcio, viene ora proposta dall’Amministrazione Provinciale di Ancona, sostenuta dalle industrie chimiche che producono il diserbante più aggressivo e meno selettivo oggi sul mercato (il glyphosate), per il “decoro” delle strade pubbliche e con la scusa di combattere le allergie da polline (in realtà, anziché ridurre le fonti di produzione di polline, se ne determina un aumento significativo con la proliferazione delle graminacee, oltre alla nebulizzazione nell’aria di principi chimici tossici anche in aree urbanizzate e ad alta intensità di traffico), ben sapendo che, una volta effettuato il primo trattamento, si dovrà continuare anche negli anni successivi per evitare la proliferazione delle erbe più aggressive, libere di espandersi, in seguito alla scomparsa della vegetazione che presidiava il terreno.
Un istrice travolto lungo la Direttissima del Conero sullo sfondo di una fascia erbosa appena sottoposta al diserbo: l’animale, ucciso da un’auto e non dal glifosate, è tuttavia un simbolo della morte gratuita distribuita con la partecipazione attiva della Provincia di Ancona che, anziché favorire il mantenimento e la crescita della naturalità di strade e corsi d’acqua, ne determina, con l’uso indiscriminato e gratuito del diserbo, l’alterazione e la perdita di biodiversità (aprile 2010).

“C’era una volta una città nel cuore dell’America dove tutta la vita sembrava scorrere in armonia con il paesaggio circostante … d’improvviso un influsso maligno colpì l’intera zona, ed ogni cosa cominciò cambiare … dappertutto aleggiava l’ombra della morte … giunse per i meli la stagione della fioritura, ma le api non danzavano più fra le corolle; non vi fu quindi impollinazione e non si ebbero frutti … i bordi delle strade, prima tanto attraenti, erano adesso fiancheggiati da una vegetazione così brulla ed appassita che sembrava devastata da un incendio … nessuna magia, nessuna azione nemica aveva arrestato il risorgere di una nuova vita: gli abitanti stessi ne erano colpevoli”.

Brano tratto dal libro Primavera silenziosa nel quale Rachel Carson presagiva le catastrofi ambientali, che abbiamo vissuto negli ultimi decenni, osservando i primi effetti dell’abuso irrazionale della chimica nelle campagne americane.


UNA PROVINCIA FUORI LEGGE
Inaspettatamente, i colori della primavera nell’anconetano quest’anno, anziché il verde brillante ed i vivaci colori delle fioriture, sono marrone, ruggine e arancione (FOTO); la Provincia di Ancona ha infatti iniziato ad applicare interventi estensivi e sistematici di diserbo lungo le strade di sua competenza, tanto che a partire da questa stagione avrà qualche problema a esporre nei cantieri stradali il classico cartello “STIAMO LAVORANDO PER VOI”.
Margine erboso trattato con diserbante sistemico: non c’è alcun beneficio né estetico (solo a guardarlo fa venire l’orticaria, non solo in senso figurato, procurando irritazioni cutanee e altre reazioni allergiche), né beneficio funzionale perché viene eliminata la vegetazione naturale che per vari decenni ha protetto efficacemente il terreno (esponendolo così all’erosione), né tantomeno beneficio economico in quanto c’è comunque la necessità di intervenire con lo sfalcio sia sulla parte non trattata che su quella disseccata, soprattutto dove la vegetazione è già sviluppata al momento del trattamento.
Come si può giustificare infatti il mancato rispetto di criteri elementari di precauzione e di conservazione del patrimonio naturale, oltre che di norme basilari di sicurezza dei cittadini, da parte di un ente pubblico nello svolgimento di un’attività di servizio?


IL GLIFOSATE E’ CERTAMENTE TOSSICO PER LA VITA ACQUATICA
Tra le precauzioni d’uso del diserbante utilizzato (basato sul principio attivo del glyphosate) è infatti tassativamente vietato irrorare i bordi dei corsi d’acqua e delle zone umide a causa della sua accertata tossicità, anche a basse concentrazioni, sugli organismi acquatici. Eppure le pompe di veleno della Provincia non si sono fermate di fronte a canali e collettori (FOTO) posti ai lati delle strade.
Evidenti effetti degli interventi di diserbo sui fossi laterali che drenano la base del versante lungo la strada che dal fondovalle della Vallesina, all’altezza di Jesi, sale verso Mazzangrugno (marzo 2010).

Sui rischi per tutti derivanti dall’uso di fitofarmaci e sui danni che sono stati procurati in tutto il mondo dalla sola multinazionale americana della chimica produttrice del principio attivo glyphosate, è sufficiente la documentazione raccolta dalla giornalista francese Marie-Monique Robin sull’ormai famoso libro “Il mondo secondo Monsanto” (Arianna Editrice, Aprile 2009).

Importanti da conoscere sono anche i risultati di un lavoro di ricerca (Differential Effects of Glyphosate and Roundup on Human Placental Cells and Aromatase. S. Richard, S. Moslemi, H. Sipahutar, N. Benachour, and G.-E. Seralini - Laboratoire de Biochimie et Biologie Moleculaire, USC-INCRA, Université de Caen, Caen, France. Environmental Health Perspectives, Vol. 113/6, June 2005: 716-720) che contraddice la presunta innocuità del diserbante a base di glyphosate del quale riporto una sintesi delle considerazioni conclusive.

"I nostri studi dimostrano che il glyphosate agisce come un distruttore dell’attività della citocromo P450 aromatasi dei mammiferi a concentrazioni 100 volte inferiore a quelle consigliate nell'uso in agricoltura; questo è evidente sulle cellule della placenta umana dopo solo 18 ore, e può anche influenzare l'espressione genica dell’enzima aromatasi. Sembra anche che parzialmente perturbi l'onnipresente reduttasi attività, anche se a concentrazioni più elevate. … Inoltre, a più alte dosi ancora al di sotto della classica diluizione a scopo agricolo, la sua tossicità su cellule della placenta potrebbe indurre alcuni problemi di riproduzione".


LA LEGGE REGIONALE 25/88 VIETA L’USO DI FITOFARMACI NELLE AREE URBANE
Ma, come se non bastassero i gravi motivi sopra riportati, gli irroratori della Provincia non si sono arrestati minimamente alla periferia e neppure all’interno dei centri abitati (FOTO), nonostante una legge regionale faccia espresso divieto di uso di fitofarmaci in ambito urbano (L.R. n. 25 del 1988).
Due immagini esemplificative dei numerosi interventi eseguiti anche all’interno di aree urbane: sopra nei pressi dell’abitato di Sappanico in Comune di Ancona (ma non è stata risparmiata neppure la molto più urbanizzata via Pinocchio-Tevernelle) e sotto nell’area urbana di Filottrano (aprile 2010)

Considerando che gli effetti del trattamento con diserbanti sistemici si manifestano a distanza di qualche giorno, c’è il rischio concreto che, soprattutto lungo le strade di periferia e in quelle meno trafficate, qualcuno raccolga lungo i margini stradali piante spontanee per uso alimentare (come gli asparagi selvatici o le cicoriette spontanee, molto ricercati in questo periodo) senza rendersi conto della contaminazione chimica. La mancanza di qualunque segnalazione degli interventi fino ad oggi eseguiti dalla Provincia di Ancona risulta quindi particolarmente grave e lesiva della sicurezza dei cittadini.
Cartello di avvertimento del Comune di Montecatini Terme, che informa i cittadini del pericolo al quale sono esposti e diffida, non solo di raccogliere, ma anche di toccare le piante per almeno 48 ore. Periodo peraltro spesso insufficiente alla manifestazione dei segni di disseccamento.


I DANNI SUPERANO LARGAMENTE I BENEFICI (AMMESSO CHE CI SIANO)
Occorre precisare peraltro che l’uso estensivo e sistematico del diserbo prevede una lunga serie di controindicazioni, tra le quali:
- mette a rischio la salute degli operatori (che si possono proteggere) e della popolazione (ignari automobilisti, motociclisti, ciclisti, pedoni, raccoglitori, agricoltori, cittadini) nebulizzando un prodotto chimico tossico che agisce a distanza di vari giorni (a secondo della concentrazione può manifestare i suoi effetti a distanza di diversi giorni e permanere nel terreno e sulla vegetazione almeno per una settimana) lungo le strade e negli abitati;
- espone le scarpate sottoposte al diserbo a frane e smottamenti e conseguente elevato rischio di provocare incidenti stradali durante gli eventi piovosi e nelle ore notturne;
- abbassa drasticamente la biodiversità vegetale ed animale e la capacità di autoregolazione dei numerosi habitat seminaturali che garantiscono, oltre ad un aspetto gradevole, la funzionalità e la biodiversità biologica delle scarpate stradali;
- riduce sensibilmente l’assorbimento dell’anidride carbonica e l’abbattimento delle sostanze azotate da parte della copertura vegetale eliminata.

Con quale autorità la Polizia provinciale potrà intervenire nei casi di violazione di queste norme da parte di operatori agricoli o di semplici cittadini quando è la stessa amministrazione a eluderle?

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Posted by muscosa | alle giovedì, aprile 29, 2010 | 2 commenti

Il Lago di Pilato tra storia e leggenda/1

"Un alone di mistero circonda la catena dei Monti Sibillini, un'atmosfera incantata vi si respira. Pizzo del Diavolo, Gola dell'Infernaccio, luoghi dai chiari richiami demoniaci ed infernali, preludio di incontri spaventosi ed orridi. Cima del Redentore, Scoglio del Miracolo, Valle dei Tre Santi, luoghi dai distinti riferimenti mistici e spirituali, testimonianza della timorosa e rispettosa devozione popolare. Ed ancora Monte Sibilla, Grotta delle Fate, Fonte del Guerin Meschino, luoghi mitici e fiabeschi. E' una terra di opposti quella dei Monti Sibillini, una terra popolata da stregoni, fate, negromanti e personaggi misteriosi. E' una terra dove vivo è ancora il mito della Sibilla Appenninica, dove i racconti e le leggende si rincorrono, intrecciandosi con la storia, fino a fondersi con la stessa nella sottile linea di confine tra fantasia e realtà."

E' proprio in questo contesto che si colloca il Lago di Pilato. Situato nel Parco dei Monti Sibillini è l'unico lago naturale della regione Marche e sicuramente uno degli ultimi laghi di origine glaciale rimasti nell'Appennino. A 1949 m di altitudine s.l.m., è collocato in una conca, un circolo glaciale con accumuli morenici segno evidente dei ghiacciai presenti durante l'era del Quaternario. Circondato dalle più alte vette dei Monti Sibillini (Monte Vettore - 2476 m, Punta di Prato Pulito - 2373 m, Cima del Lago - 2422 m, Cima del Redentore - 2448 m, Pizzo del Diavolo - 2410 m) nella stagione del suo massimo invaso è lungo circa 500 m, profondo 15-20 m e largo, nella sua parte centrale, 125-150 m.

Lago di Pilato - Luglio 2006

Le sue origini, come abbiamo già accennato, sono da far risalire a circa un milione di anni fa, quando, durante le ultime glaciazioni (Riss e Wurm), la lenta ma inesorabile azione dei ghiacci ha dato un notevole contributo al modellamento del territorio, creando i tipici profili ad U e i depositi morenici. Ultime tracce dell'antico ghiacciaio sono i nevai semiperenni che circondano il laghetto. Data la presenza, nelle zone circostanti, di conche e fosse carsiche si ritiene che la sua origine sia determinata anche dall'azione carsica, oltre che glaciale. Un tempo di forma ovoidale, oggi assume la caratteristica forma "ad occhiali". D'inverno il lago in pratica non esiste, essendo sostituito da una coltre nevosa, uniforme, della spessore di molti metri.

il Lago di Pilato durante la stagione invernale
Con lo sciogliersi delle nevi, comincia ad apparire il lago che, al momento del massimo invaso, presenta un corpo unico; la lingua morenica è, infatti, in parte sommersa e il laghetto assume la forma precisa di un paio d'occhiali uniti dal sottile ponticello centrale. Col diminuire dell'apporto delle nevi, il livello del lago su abbassa, la morena si scopre sempre più, fino a dividere lo specchio d'acqua in due parti. Tale divisione è più evidente, negli ultimi decenni, a causa del continuo franamento di numerosi detriti provenienti dalle monti circostanti. Inoltre, mancando di immissario il livello delle acque subisce forti oscillazioni estive. L'emissario, invece, è ipogeo. L'unico indizio di questo emissario lo abbiamo in primavera. In questo periodo, ma a volte anche all'inizio dell'estate, è possibile scorgere nei pressi del lago, poco più a valle, la Fonte del Lago, unica fonte di questa valle (oltre alla Fonte Matta ma che essendo "matta" non è sempre presente). Da molti il lago è ritenuto anche la vera sorgente del fiume Aso. Questo fiume mostra il suo corso in superficie solamente da Foce di Montemonaco, per cui si è sempre soliti indicare come questa la sorgente del fiume.
Nella zona circostante le severe condizioni climatiche non permettono la crescita di specie arboree. La vegetazione è quindi costituita da praterie d'altitudine dominate da graminacee quali la sesleria appenninica, la festuca dimorfa e la festuca violacea. Queste praterie si caratterizzano, inoltre, per la presenza di un cospicuo numero di specie floristiche rare ed endemiche, esclusive dei principali rilievi appenninici, come la stella alpina dell'Appennino, il ginepì dell'Appennino, il papavero giallo appenninico e diverse specie di sassifraga.

Stella alpina dell'Appennino - Valle del Lago di Pilato - Luglio 2005
Per quanto riguarda la fauna, invece, troviamo quella tipica degli ambienti di alta montagna. Tra gli uccelli ricordiamo la coturnice, il falco pellegrino, il fringuello alpino, il sardone, il gracchio alpino e quello corallino. E' inoltre presente la vipera dell'Orsini, una vipera quasi innocua che in Italia è presente solo sulle cime più alte dell'Appennino centrale. Il lago ha una notevole ricchezza di zooplancton pelagico. Nel 1953-54, durante una campagna di ricerche idrobiologiche, organizzata dall'istituto di botanica dell'università di Camerino, fu scoperta la presenza, nel lago, di un crostaceo di una nuova specie. Fu chiamato Chirocefalo del Marchesoni (Chirocephallelus Marchesonii) dal nome dello scopritore. Questo piccolo crostaceo (1 cm di lunghezza) vive qui e in nessun altra parte del mondo. I suoi movimenti sono molto lenti, perciò è facile passargli una mano sotto, mentre nuota, e prenderlo nel palmo. Ma questo sarebbe un errore crudele: il Chirocefalo è abituato alla temperatura della sua acqua, appena sopra lo zero, perciò è sufficiente una permanenza di pochi minuti perché l'acqua trattenuta nel palmo si alzi di pochi gradi, e l'animaletto entri in crisi e muoia.

Chirocephallelus Marchesonii - fonte: internet

Nel 1990 esso corse un gravissimo pericolo d'estinzione, quando, a seguito di due estati particolarmente siccitose, il lago si prosciugò. Mentre il livello scendeva inesorabilmente, nella frenesia di voler salvare il Chirocefalo, gli esperti formularono alcune proposte, la più praticabile delle quali sembrava fosse quella di trasportare acqua (anzi, cubetti di ghiaccio) con una spola di elicotteri ed aerei. Provvidenzialmente, il progetto non trovò attuazione, perché la diversa temperatura, e il diverso tasso di acidità che avrebbe avuto la nuova acqua, sarebbero stati fatali per il gamberetto. Il lago, dunque, nell'estate del 1990, si prosciugò, e molti viderò in ciò la fine del Chirocefalo.

Lago di Pilato - Estate 1990
L'inverno del 1991, invece, fu particolarmente generoso in fatto di precipitazioni nevose, tanto che a Castelluccio di Norcia, alle falde del Vettore, venne misurato uno spessore di ben 14 metri! Con il riformarsi del lago, nella primavera successiva, ecco invece il Chirocefalo balzar di nuovo fuori, più vivo e pimpante che mai. Cos'era avvenuto? Semplice: il Chirocefalo era, sì, morto, ma prima di morire aveva deposto le sue uova, le quali, a differenza del suo proprietario, hanno invece una resistenza straordinaria, tanto da poter resistere fino a due anni di siccità, nascoste sotto i sassi del fondo. Con l'arrivo dell'acqua, le uova si erano schiuse e il gamberetto aveva ripreso a dare fascino al laghetto.
Dal 1990 ad oggi si è avuta anche un altra occasione in cui il lago di Pilato rischio di scomparire. Di realmente pericoloso in questi due periodi è stato soprattutto il can-can mediatico sollevato ed alimentato a vario titolo da personaggi pubblici e privati. Il peggio di sé fu dato dai soliti politici ma anche, ahinoi, da qualche personaggio del mondo accademico.Questi "professori" progettarono una successione di vasche in cemento da collocare lungo la valle; grazie al cielo non se ne fece nulla. Che il lago sia destinato a scomparire è fatto certo: si contraggono i ghiacciai delle Alpi, scompaiono quelli periferici, e il lago incomincerà a prosciugarsi sempre più spesso. Perché quando si parla di emissioni inquinanti, effetto serra, ecc. nessuno sembra preoccuparsi salvo poi strillare indecorosamente quando si manifestano i primi effetti?

Entriamo, ora, nelle leggende che permeano questo luogo. Anzi... ve ne parlerò nel prossimo post: Il Lago di Pilato tra storia e leggenda/2! ;)

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Posted by Unknown | alle domenica, aprile 25, 2010 | 6 commenti

"Suona le campane, suona le campane, din don dan, din don dan"

Dopo un pò di assenza dal blog, sono tornato per cambiare la veste grafica del blog in vista della primavera. Nel frattempo volevo condividere con voi un video che ho trovato navigando su internet. Si tratta della sonata a festa delle campane della Parrocchia di San Nicola di Bari di Sirolo. Non sapendo praticamente niente di campane e campanari, nella parte sottostante del video riporto le testuali parole di campanaro67 che è il nickname della persona che ha inserito il video su you-tube.


"Distesa Festiva.

5 campane a slancio fuse dalla De Poli del 900 tranne il campanone che non so i dati ma dovrebbe essere una campana del 1830.

Le campane: I°campanone SOL3, II°campana FA3, III°campana SI3, IV°campana REb4, V°campana MI4.

La zona è indubbiamente bellissima dal punto di vista del panorama ma qui tutto è messo a dura prova dalla salsedine marina e dal vento umido che c'è sempre in quasi tutte le stagioni. Questo video ripreso in notturna (a inaugurare il ritorno all'ora solare) è stato tutto una sorpresa per me. Non sapevo della bellissima illuminazione notturna del campanile e della facciata, ne tantomeno che anche le domeniche ordinarie si suonasse il plenum! Potete immaginare che sorpresa per me sentirle tutte e cinque! Il video inizia con una videata sul quadrante dell'orologio lato ovest che da sulla facciata poi i tocchi delle 17:30 e la prima suonata della messa con zoom sul lato ovest dove per fortuna illuminate da un faro all'interno della cella campanaria si vedono a sinistra la II°, a destra la III° e dietro la II° , sul lato nord la V°. Poi alle 17:45 mi sono spostato dal lato opposto, il lato est, venendo dal Monte Conero il campanile si vede dall'inizio del corso, per riprendere la seconda suonata della messa ma mentre sistemavo la videocamera l'orologio ha iniziato a battere i tocchi delle 17:45 prendendomi all'improvviso. Pazienza ormai è fatta! Da questa angolazione si sente meglio il campanone che è posto a destra mentre alla sua sinistra si trova la IV°. Sul lato nord (a destra in questo caso) del campanone la V°. Il mio primo video in notturna, spero che vi piaccia, l'atmosfera era molto bella, per fortuna non si sentono le auto di passaggio."

Spulciando su You-tube ho notato che questa persona è un vero appassionato, e che, probabilmente, è marchigiano. Qui sotto inserisco il link del suo canale; ci sono un sacco di altre sonate di campane oltra a quella mostrata in questo video. Chissà potreste trovare quella del vostro paese! Vi saluto.. al prossimo post!


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Posted by Unknown | alle martedì, marzo 23, 2010 | 3 commenti

Le olive ascolane

Come le ciliegie, una tira l'altra 

Ascoli Piceno è una città sorprendente, culturalmente stimolante. Le diverse epoche storiche l'hanno percorsa, vissuta, lasciando tracce evidenti nel tessuto urbano. In esso si sono incontrati, mescolati e fusi insieme stili diversi - dal romanico al gotico, dal barocco al liberty - in una perfetta e gradevole armonia; questo è quello che sorprende di più. Fondamentale in questo mirabile gioco di eleganza e armonia è stato il ruolo del travertino. Per duemila anni senza interruzioni nello scorrere della storia e degli stili, è stato usato come principale materiale per la costruzione di palazzi signorili e del potere, di chiese e per la pavimentazione delle piazze, donando, con le sue morbide tonalità, quella preziosa luminosità che rende il centro storico di Ascoli Piceno tra i più apprezzati d'Italia.
Città del trave
rtino, città delle cento torri, città del travertino parlante, tanti sono i modi per chiamarla e tante altre espressioni potrebbero essere trovate ed usate, camminando per la città. E sì, perché è proprio a piedi che si riesce ad apprezzare a pieno la città di Ascoli Piceno, a scoprirne il vero volto, percorrendo le caratteristiche viuzze e facendosi sorprendere da nuove prospettive e suggestivi scenari.

E' curioso, ma quando si parla di Ascoli Piceno viene spontaneo ed immediato pensare alle olive ascolane, specie per chi le ha già assaggiate, anche una sola volta: tanto basta per rimanere stregati da questi deliziosi bocconcini fritti!
Legame inscindibile, dunque, quello che unisce la città alle sue olive, tanto da farne, al pari della Piazza del Popolo o del Palazzo dei Capitani o di altri importanti luoghi, un elemento distintivo della città di Ascoli Piceno; quel qualcosa a cui non si può rinunciare in visita alla città.
La fama e la bontà delle olive ascolane hanno da tempo superato i confini regionali di origine, affermandosi anche all'estero. Ma se sono così celebri, perché parlarne ancora, perché un post? E' presto detto. Mi sono trovata alcune volte, sia fuori i confini regionali, sia nella stessa provincia di Ascoli Piceno, a mangiare delle olive farcite che di ascolano avevano soltanto il nome. Delle imitazioni dunque, "falsi culinari" direbbe l'Accademia Italiana della Cucina. Il "falso culinario o gastronomico" definisce quella situazione in cui si chiama il piatto in un modo, ma ingredienti e procedimento canonici non sono rispettati. Per intenderci un'amatriciana senza guanciale ad esempio. Con una recente ricerca, l'Accademia Italiana della Cucina, attraverso le sue 290 delegazioni presenti in tutto il mondo, ha monitorato la ristorazione pubblica in Italia e all'Estero con l'obiettivo di verificare l'effettiva congruenza delle ricette presentate nei menù dei ristoranti con quelle della tradizione, gelosamente custodite dalla stessa AIC. Da questa ricerca è emerso che il fenomeno del "falso culinario" è un fenomeno molto diffuso all'estero - e questo si sapeva da tempo - ma anche ben radicato in Italia - e questa è stata l'incredibile scoperta -. Su 530 segnalazioni di veri e propri "falsi culinari", ben 360 giungevano dal nostro Paese, oltre il 70%! Così ho sentito la necessità di ricordare cosa caratterizza e al tempo stesso distingue le olive ascolane da comunissime olive farcite.

Le qualità salienti dell'autentica oliva ascolana possono sintetizzarsi in tre punti: l'oliva, la farcia, la preparazione.

L'oliva:
essenziale è l'impiego di una sola, particolare varietà di oliva, l'"Ascolana Tenera", varietà coltivata nei comuni della provincia di Ascoli Piceno, parte dei quali confluiti nella neo provincia fermana, e nei comuni della provincia di Teramo. Si tratta di una drupa molto grande, di forma ovale, verde e di gradevole sapore. Croccante al gusto e fragrante all'olfatto, l'oliva "Ascolana Tenera" si presenta ricca di polpa, compatta e molta tenera, come del resto suggerisce il suo nome. Questa sua qualità, la tenerezza appunto, la rende molto adatta, oltre che molto apprezzata, al consumo da tavola in salamoia e alla preparazione delle famose olive ascolane, ma solo nel periodo che va da Natale a Pasqua. La brevità del periodo è facilmente spiegabile. La tenerezza, che costituisce il grande pregio di questa varietà, rappresenta al tempo stesso anche il vero limite in quanto, oltre il periodo indicato, il frutto tende a macchiarsi, rovinarsi e a divenire flaccido. E così nel resto dell'anno, come avverte Alberto Regno delegato di Ascoli Piceno dell'Accademia italiana della Cucina, è possibile che si nascondano sotto la panatura olive greche, spagnole o siciliane spacciate per tenere ascolane.
Sulla questione della conservazione - e non solo - è intervenuto il disciplinare di produzione che dal 2005 tutela questa delizia gastronomica. Il disciplinare riconosce alle " olive in salamoia ripiene, fresche o parzialmente cotte" la possibilità di essere surgelate immediatamente dopo la produzione, consentendo in questo modo una conservazione per lunghi periodi e superando il problema della limitata durata temporale.

La farcia:
l'autentica oliva ascolana nasconde un cuore ricco e saporito costituito da tre carni diverse - manzo, maiale e pollo - in differenti proporzioni. Il disciplinare impone a tal riguardo che le carni provengano da allevamenti operanti nelle stesse aree di coltivazione della "Ascolana Tenera".
Sapientemente cotte con l'aggiunta di carote, sedano e cipolle, e insaporite da vino bianco secco, le carni vengono in seguito triturate insieme. Il composto così ottenuto viene arricchito da altri preziosi ingredienti come il formaggio grattugiato e la noce moscata, al fine di aumentarne il gusto. Aggiustata la sapidità, l'impasto viene infine legato con uova, ottenendo una consistenza morbida ma al tempo stesso compatta.

La preparazione:
in questa fase è quanto mai importante la manualità dell'operatore. Le olive infatti debbono essere rigorosamente snocciolate a mano. Partendo dal picciolo si pratica nella polpa un taglio unico a spirale, in modo da ottenere una sorta di nastro di polpa che, una volta riavvolto attorno alla farcia, consenta all'oliva di riacquisire la sua forma originale. Quello della forma è un aspetto non trascurabile. Un'oliva troppo farcita, dunque troppo tonda, impedisce di catturare tutto l'aroma e la tenerezza dell'oliva; quasi fosse soffocata dal troppo ripieno. Al contrario un'oliva con poca farcia rende difficile cogliere le note piene e saporose date dalle carni. L'autentica oliva ascolana è il risultato di un perfetto equilibrio tra polpa e farcia, tra croccantezza esterna e morbidezza del cuore; un equilibrato bilanciamento capace di regalare al palato una completezza di sapori unica e di difficile descrizione.
Una volta farcite, le olive vengono passate nella farina, nell'uovo ed infine impanate nel pangrattato. La panatura deve restare ben aderente all'oliva.
Eccole così pronte per essere fritte in abbondante olio.
L'oliva ascolana o più correttamente l'"Oliva Ascolana del Piceno Dop" ripiena, costituisce l'elemento principale del "fritto misto all'ascolana". Completano questa specialità fritta regionale le costolette di agnello impanate, le zucchine e i carciofi passati in pastella di acqua e farina, i cremini ovvero crema pasticcera di consistenza piuttosto dura, tagliata a rombi ed impanata. L'associazione olive ascolana - cremini rappresenta, a mio avviso, l'abbinamento migliore. La dolcezza del cremino viene mitigata dal delicato gusto acidulo dell'oliva e dalla sapidità delle carni; un contrasto dolce - salato che consente di esaltare al meglio il gusto di entrambi.
Come è facile intuire da quanto detto in precedenza, con il regolamento CE n. 1855 del 2005 l'Unione Europea ha conferito a questa prelibatezza gastronomica il riconoscimento della Dop. Più precisamente, la denominazione di origine protetta "Oliva Ascolana del Piceno" è riservata alle olive, in salamoia o ripiene, prodotte nei territori delle province di Ascoli Piceno, Fermo, Teramo e ottenute dalla varietà d'olivo "Ascolana Tenera".
Così dal 2005 le tecniche colturali dell'olivo "Ascolana Tenera", la metodica di lavorazione dell'oliva in salamoia e ripiena, le tecniche di conservazione, sono rigidamente regolate da un disciplinare di produzione volto a tutelare questa tipicità regionale.

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Posted by muscosa | alle sabato, febbraio 13, 2010 | 10 commenti

Uso e abuso di un fiume

Qualche giorno fa ho letto un articolo di Valido Capodarca su un giornaletto chiamato Tracce di Montagna, di cui vorrei rendervi partecipi. E' descritta la grave situazione in cui si trova il fiume Aso, ma può tranquillamente riguardare lo stato della maggior parte dei bacini marchigiani.

"Fra le imprese più eclatanti di cui la specie umana si è resa protagonista, una delle ultime ha dell'incredibile: riuscire a far letteralmente scomparire un fiume. Questo fiume è l'Aso, certamente il più saccheggiato delle Marche. Esso nasce dai Monti Sibillini, frammezzo alle case di un paesino che, stranamente, si chiama Foce. Prima ancora di Foce, tuttavia, anch'esso appartenente al bacino dell'Aso, c'è il Lago di Pilato, a 1940 m s.l.m. (massima altitudine per un lago appenninico) le cui acque, dopo un percorso carsico di 6 Km, vedono la luce, appunto, a Foce. Il fiume, poi, dopo un cammino di 63 Km, raggiunge l'Adriatico presso Pedaso. La sua portata, secondo la pubblicazione del Ministero dei Lavori Pubblici "Dati caratteristici dei fiumi italiani", sarebbe di 2600 l/s, registrata alla stazione di rilevamento di Comunanza la quale, tuttavia, cessò di funzionare verso il 1955. Diciamo "sarebbe" perché chi si affacciasse oggi sul balcone che dal paese dà sul fiume, vedrebbe un misero rigagnolo che a fatica di litri ne porterebbe 100 quando piove, e questo vale per tutta l'asta fluviale. Mezzo secolo fa, l'unico ente ad utilizzare le acque del fiume era l'allora UNES, oggi ENEL, che ne incanalava lunghi tratti: ben 5 centrali si contavano da Foce a Pedaso. Si trattava, tuttavia, di prelievi fittizi, perchè l'acqua, una volta utilizzata la forza della sua caduta per muovere le turbine delle centrali, tornava nel suo letto. Pochi e modesti, i canali di irrigazione. Il calvario, per il fiume, prese avvio negli anni Settanta, quando venne effettuata una prima captazione a scopi potabili, direttamente alla sorgente, di 600 l/s. Essa non fu indolore, per le sorti e l'aspetto del fiume, specie in estate, quando la portata (sempre secondo la pubblicazione) si riduceva, nei mesi più siccitosi, a poco più di 1000 l/s. Tuttavia, pur in forma ridotta e sofferta, continuavano ad esistere tutte le realtà del fiume (il Lago di Pilato, il laghetto di Foce, la sorgente, ecc.). Negli ultimi anni, specie a seguito degli ultimi prelievi, tutto l'ecosistema ne è stato sconvolto, con vere e proprie calamità naturali che si sono susseguite a catena. Già una decina di anni or sono si prosciugò il laghetto di Foce. Allo stesso modo si prosciugò il letto del fiume, per il primo mezzo chilometro di percorso.

il laghetto di Foce di Montemonaco una decina di anni fa


il laghetto di Foce di Montemonaco oggi

La conseguenza più paventata, tuttavia, e verso la quale tutti facevano i più fervidi scongiuri, si manifestò nella primavera del 2005, (dopo che era stata effettuata l'ultima captazione a scopi potabili per il potenziamento dell'acquedotto), a carico del Lago di Pilato. Questo, ogni anno, dopo essere sceso di livello nel corso di ogni estate, alle prime nevicate e gelate veniva sommerso da una coltre di neve più o meno alta. Alla primavera successiva, con lo sciogliersi delle nevi, il lago si riformava, in tutta la sua ampiezza, per poi dividersi in due specchi con lo scendere del livello; e via così, in un ciclo eterno soggetto a poche mutazioni. Dal 2005, in pratica, il lago non esiste più: ad ogni primavera, tanta neve si scioglie, tanta ne filtra giù, attraverso i ciottoli del fondo, segno che, sotto questo fondo, qualcosa - che prima sosteneva il lago - è sparito. Le conseguenze, con effetto domino, si sono ripercosse su tutta l'asta del fiume. Chiunque abbia conosciuto l'Aso dei tempi passati, quando anche d'estate la sua portata era tale da consentire di nuotarvi, è preso da sconforto, a vederlo ridotto al rango di ruscello. "Eppure qualcosa si potrebbe ancora fare" spiega Giambattista Mazzarelli, di Foce, forse il più strenuo difensore del fiume. "Inutile prelevare 1400 l/s per farne arrivare 200 agli utilizzatori solo perché i tubi dell'acquedotto sono marci. Basterebbe ripararli o sostituirli. In tal modo, il prelievo sarebbe solo di 200 l/s, e tutto, su queste montagne, tornerebbe alla vita"."

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Posted by Unknown | alle lunedì, gennaio 11, 2010 | 3 commenti

In giro a piedi/2: Capanna Ghezzi - Cima del Redentore - Lago di Pilato

Da Capanna Ghezzi al Lago di Pilato per la Cima del Redentore


Dati dell'escursione:
Difficoltà: Alta
Tipo percorso: Anello
Dislivello: 1325 m
Lunghezza percorso: 21,5 Km
Durata escursione: circa 9 ore


Vette toccate:

Quarto San Lorenzo (2247 m)
Cima dell'Osservatorio (2350 m)
Cima del Redentore (2448 m)
Pizzo del Diavolo (2410 m)
Cima del Lago (2422 m)
Punta di Prato Pulito (2373 m)


Prima di partire: Fate un buon rifornimento di acqua perché durante il percorso troverete soltanto due fonti, di cui la seconda (sotto il Lago di Pilato) quasi sempre asciutta durante la stagione estiva.

Luogo di partenza: Punto di partenza ideale è la Capanna Ghezzi (rif. CAI di Perugia). Dico ideale perché è praticamente impossibile arrivarci in macchina! Infatti la carrareccia è davvero impraticabile a causa dei profondi solchi scavati dallo scorrere delle acque piovane proprio al centro della strada.

Come arrivare: Scendendo da Castelluccio di Norcia, in direzione di Ascoli Piceno, troviamo, sulla sinistra, poco prima del Pian Grande, una piazzola di sosta naturale. Da qui parte la stradina imbrecciata che dovete prendere per dirigervi alla Capanna Ghezzi. Come ho già accennato in precedenza difficilmente riuscirete ad arrivare fino al rifugio; il mio consiglio è quindi di percorrere il più possibile questa stradina e parcheggiare al lato quando incontrate una sbarra in metallo (1350 m).

Percorso: Mettete gli zaini in spalla e partite! Fino alla Capanna Ghezzi seguite la strada "bianca" che si incunea tra i colli (sentiero 203). Arrivati al rifugio (1570 m) potete fare scorta d'acqua alla fonte. In questi luoghi incontrerete sicuramente dei greggi di pecore e mandrie di mucche. Mi raccomando, per il vostro bene, non date troppa confidenza a questi animali perché i cani dei pastori, spesso incustoditi, potrebbero attaccarvi. Dopo questa breve sosta proseguite lungo il sentiero che sale alla vostra destra (mettendovi, nei pressi della fonte, con le spalle al rifugio - sentiero 202). Salite fino alla Forca Viola (1936 m) prendendo ad ogni bivio sempre il sentiero alla vostra destra. Ci troviamo tra il Monte Argentella (a sinistra) e il complesso Redentore-Vettore (a destra). Davanti a noi si apre l'inizio della la Valle del Lago di Pilato. Il sentiero che vedete inerpicarsi dalla valle è quello che dovrete percorrere al ritorno. Ora, invece, prendete il sentiero che risale il monte alla vostra destra con diversi tornanti fino a raggiungere le creste. In cresta fate attenzione, soprattutto in caso di vento! Nel percorrere la cresta, alla vostra destra avrete l'immensa Piana di Castelluccio circondata dalle montagne; alla vostra sinistra la stretta valle del Lago di Pilato sormontata dal monte più alto delle Marche (Monte Vettore - 2476 m).

Dalla Cima del Redentore verso il Pian Grande di Castelluccio di Norcia.

Questa è, a mio avviso, la parte più bella dell'escursione. In rapida successione toccherete le cime più alte: Quarto San Lorenzo (2247 m), Cima dell'Osservatorio (2350 m), Cima del Redentore (2448 m), Pizzo del Diavolo (2410 m), Cima del Lago (2422 m) e Punta di Prato Pulito (2373 m).

vista dal Pizzo del Diavolo verso la Valle del Lago. Di fronte si può notare il Monte Sibilla.

Percorrendo la cresta (senza sentiero) arriverete fino al rifugio Zilioli (rif. CAI di Perugia - 2240 m) situata sulla Sella delle Ciaule. Da qui, se volete, potete salire fino al Monte Vettore, ma il mio consiglio è di non farlo dato che questa escursione è già di per se molto lunga.

Il Lago di Pilato dalla Cima del Lago.

Scendete, ora, senza seguire un particolare sentiero, all'interno del canale erboso disseminato di doline, fino a raggiungere un intaglio che costituisce la parte più bassa della conca. Siete ora di fronte a delle piccole "svolte" (passaggio di I grado) da affrontare con particolare attenzione. Superate queste il sentiero (o i sentieri) ritorna visibile e attraversa il ghiaione trasversalmente fino al Lago di Pilato (1949 m).

Il Pizzo del Diavolo poco prima della discesa al Lago di Pilato.

In questo luogo, soprattutto d'estate, incontrerete sicuramente molte persone, dato che è una delle mete più visitate dei Monti Sibillini. Il Lago di Pilato ha una storia molto interessante e spero di potervela illustrare in qualche post futuro. Intanto vi accenno che all'interno del lago vive un piccolissimo crostaceo unico al mondo: il Chirocefalo del Marchesoni (Chirocephalus marchesonii). Questo, secondo me, è il luogo ideale per riprendersi dalle fatiche prima di ripartire.
Il Lago di Pilato

Per il ritorno si prosegue scendendo all'interno della Valle del Lago prendendo il sentiero evidente proprio al centro di questa (sentiero 151). Ogni tanto, alla vostra sinistra partono altri sentieri. E' proprio uno di questi che dovete prendere. Penso la scelta sia indifferente perché si dovrebbero tutti ricongiungere in un unico sentiero (sentiero 153). Andate avanti fino a Forca Viola e poi proseguite per lo stesso percorso dell'andata.

Fauna osservata: Chirocefalo del Marchesoni, Falco Pellegrino, Gracchio Alpino, Cornacchia Grigia.

Detto del giorno: "Non te sta a 'nventà gniente!" (G.) Ovvero, in montagna, segui sempre i sentieri indicati, altrimenti potresti allungare di molto la tua escursione (se ti va bene)!

Link Utili: Capanna Ghezzi, Rifugio Zilioli.


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Posted by Unknown | alle domenica, gennaio 03, 2010 | 2 commenti